Colonnine di ricarica in Italia: il Governo vuole davvero la transizione elettrica?

Situazione strana nel nostro Paese: si parla tanto di transizione elettrica, ma in quanto a colonnine di ricarica non siamo messi molto bene.



Per ora, in Italia, la transizione elettrica è una definizione affascinante. Ma nei fatti vuota. Anzitutto, non ci sono incentivi per auto a batteria, con emissioni zero: sono finiti tutti i soldi. Nel 2021, sono state vendute 54.000 elettriche grazie agli ecobonus. Unite alle immatricolazioni delle ibride plug-in, siamo a un +210%. Seppure con numeri bassi, di nicchia.


Abbiamo un circolante di 100.000 BEV+PHEV in Italia: elettriche più ibride plug-in. Su un totale parco auto circolante di tutte le motorizzazioni stimato in 39,6 milioni. Insomma, il rapporto è ancora molto basso.


Il secondo problema riguarda le colonnine pubbliche di ricarica elettrica: 12.500, con 25.000 punti per fare il pieno di corrente. Si paga con carta di credito, grazie a un’app, collegandosi col cavo alla stazione. A dire il vero, non sono moltissime le infrastrutture, e per giunta la distribuzione non è capillare. Grosso modo, 2,7 punti di ricarica ogni 100 km di strade.


Serve altro per spingere sull’elettrico; e occorrono colonnine di ricarica veloce, per avvicinare il rifornimento di corrente a quello di benzina, rendendo le due esperienze il più simile possibile. Invece, su 100 stazioni, circa 90 sono lente. L’ideale sarebbe un’invasione di Supercharger Tesla, ultra veloci, aperte a tutte le macchine elettriche, e non solo ai gioielli di Palo Alto.


Ci sarebbe il Piano di rilancio del Governo Draghi, che punta a circa 21.000 colonnine di ricarica veloce per il 2030, di cui però non si vedono grossi risultati. Esisterebbe anche una norma per la diffusione delle stazioni ultra veloci sulle autostrade, ma la burocrazia sta bloccando tutto. Manca poi un cronoprogramma: un progetto che, ogni anno, valuti a che livello di diffusione siamo.


In particolare, è percepita come un disagio per l’utente la sostanziale assenza di stazioni di ricarica nelle aree di servizio e lungo le arterie autostradali, spiega Motus-E: la prima associazione in Italia costituita da operatori industriali, filiera automotive, mondo accademico e movimenti di opinione per accelerare il cambiamento verso la mobilità elettrica.


Andrà anche affrontata seriamente la questione meridionale. Le infrastrutture di ricarica sono maggiormente presenti nel Centro-Nord Italia e presso le città metropolitane . Il 57% delle infrastrutture sono distribuite nel Nord Italia, il 23% circa nel Centro, mentre solo il 20% nel Sud e nelle Isole. Ma il Mezzogiorno non può e non deve restare indietro. Altrimenti, si rischia l’effetto Cuba: auto pulite e nuove nel Settentrione, vecchi diesel e benzina nel Meridione.


Attenzione: l’Italia, a differenza di Germania, Francia e Spagna, non ha previsto nel proprio Recovery Plan incentivi strutturali per il supporto alla domanda di auto elettriche. Resta un po’ misteriosa la posizione del Governo Draghi verso la transizione elettrica.

Quello che resta è qualche affermazione del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti: sostiene che l’Esecutivo considera prioritario il settore dell’automotive. Non è quindi da sottovalutare la possibilità che il Governo appoggi la proposta di inserire nella legge Bilancio 2022 una misura di rifinanziamento degli incentivi auto. Tutto qui?


Peccato. Al 2030, il fatturato complessivo della filiera allargata della mobilità elettrica in Italia potrebbe arrivare a 98 miliardi di euro, coinvolgendo 10.000 imprese. Un’opportunità per l’economia italiana.

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