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Paralisi dell’auto elettrica: che figuraccia l’Unione europea

Solo auto elettriche dal 2035... Oppure no? Facciamo chiarezza.


La grancassa mediatica ci ripete ossessivamente, ormai da un lustro, che l’Unione europea imporrà il bando alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035. Le Case, dice l’alta politica Ue, potranno immatricolare solo vetture elettriche. Si arriva al dunque, è l’Unione getta la maschera: non esiste nessun accordo, in un guazzabuglio burocratico-istituzionale senza precedenti.


Il Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti dei Paesi Ue, ha rinviato il voto previsto per il 3 marzo 2023. Non solo: il prossimo meeting è stato spostato a data da destinarsi. Come se si trattasse di una riunione condominiale per rifare le pattumiere. L’ordine del giorno è stato brutalmente cancellato dall’agenda del consiglio che avrebbe dovuto dire sì all’accordo raggiunto con Commissione e Parlamento Ue.


Il problema dove ha origine? Facile: l’Ue è spaventata di non raggiungere una maggioranza qualificata in seno al Consiglio Ue. Serve il voto favorevole di almeno il 55% degli Stati membri (15 Paesi su 27) e come minimo il 65% della popolazione Ue rappresentata. Non si chiede l’unanimità. Eppure, non ce la fanno.


Siamo di fronte a un nuovo Titanic. Ad affondare è la politica arruffona, confusionaria, pasticciona. Che giochicchia col settore automotive, vitale per il Vecchio Continente. E che non ha tenuto conto delle conseguenze sulle industrie, sui lavoratori, sull’indotto.


A opporsi sono l’Italia del Governo Meloni (nel decennio precedente, c’era sempre il sì del nostro Paese), e la Polonia (la sua astensione equivale a un no). La Germania dice forse, visto che potrebbe dire sì solo se strapperà una deroga per i carburanti sintetici. E i teutonici, dalle parti di Bruxelles, spostano gli equilibri come uno tsunami si fa largo sulle spiagge: lo insegna la storia.


Un’Unione europea traumatizzata che la scossa l’ha subita, anziché darla al settore auto. Il tutto mentre i Gruppi auto hanno già investito somme colossali nell’elettrico. A questo punto, la situazione dell’Ue è pressoché disperata: non può imporre il sì nell’accozzaglia di normative e procedure frastagliate; non può tornare indietro e dire ai colossi auto che sull’elettrico alla fine si stava solo scherzando un po’; non può inginocchiarsi alla Germania perché calerebbe le braghe in modo palese di fronte al mondo.


E proprio la questione pianeta è pesante. Cina, Paesi arabi, Regno Unito, Russia e Stati Uniti ci guardano attoniti, perplessi: l’Ue incapace di stabilire, di comune accordo con industrie e nazioni, una linea da seguire nel settore chiave dell’industria, ossia l’auto.


Qui, il rischio enorme non è che l’Italia divenga un mercato auto di serie B; ma che tutta l’Ue si trasformi in un corpo estraneo rispetto a sistemi politici ed economici che viaggiano spediti. Occhio: tech company, Tesla e cinesi sono scatenati, attuando la guerra dei prezzi per divorare il mercato.


Particolare poi la situazione del nostro Paese: in ballo ci sono 700 milioni di euro del piano di rilancio per oltre 21.000 infrastrutture di ricarica. In ottica auto elettrica. Che fare di questi soldi, che per l’Italia sono ossigeno preziosissimo?

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